La bambina che parlava alla luna – Nunzia Volpe

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Tutto è nato per caso per un comune intento di aiutare gli altri che sono tutti dal vicino di casa al siriano venuto da lontano e conosco una giovane mamma di Bresso( paese vicino Milano in cui vivo pure io) con la passione dei libri, della scrittura e proprio in questo periodo esce in versione cartacea il suo primo libro e proprio oggi era esposto alla Feltrinelli del centro commerciale dove tra l’altro lavoro io nella sezione dedicata alla resistenza…

Inutile dire che l’ho già preso giorni fa, già letto e divorato in poco tempo, una storia dura, drammatica, sofferente, si parla di una delle pagine più tristi che l’uomo ha potuto scrivere, eppure nel dramma che si legge in queste 200 pagine si intravede sempre una luce una speranza, una memoria che può e che deve insegnare a noi e alle prossime generazioni che verranno. E’ una storia che non fa sconti a nessuno: uomini, donne, bambini; nessuno si salva dalla follia di cui l’uomo, a volte, è capace.

Siamo in Toscana, nella campagna, tra contadini, animali, boschi, ulivi e mignole; siamo in piena guerra, è il 1944, il fascismo e nazismo dominano in tutta l’italia, è una fase cruciale in cui si sente odore di liberazione ma nello stesso tempo questa liberazione tarda ad arrivare e qui si racconta di una tragedia che ha coinvolto diverse persone colpevoli solo di voler vivere.

La bellezza di questo racconto non sta tanto nel giudicare il fascista stronzo, il nazista bastardo, o nel valutare il comportamento dei partigiani , si vuole raccontare una storia, delle vite, tante morti, insomma si parla di persone e si può sicuramente dire che è un libro contro tutte le guerre, da leggere per non dimenticare quante vite valide se ne sono andate via in nome di una assurda follia.

 

“La vigliaccheria di un uomo cancellò la sua esistenza in un istante. I sogni, i desideri, le illusioni del giovane che era e dell’uomo che sarebbe stato, vennero spezzati, inghiottiti e digeriti dalla ferocia vile del codardo, del debole, il cui animo tutto giustifica e permette.”

 

 

 

 

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Sulla strada – Jack Kerouac

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Non mi capita mai ed in modo casuale è successo che ho letto questo libro in giro, per strada in metro, di solito leggo sul mio sprofondato divano o letto o sedia che sia, ma in questi giorni ero un pò in giro e ho preso diverse volte la metro e nel taschino interno del giubbotto mio era presente questo libro, pieno di persone, strade, città, paesi, viaggi da est ad ovest da nord a sud, america, messico, donne, alcol, vite diverse, e questo connubbio libro e stare in mezzo alla gente alla città mi ha fatto respirare molto di più le atmosfere intense del viaggio, dell’andare senza sapere dove e perchè.

 

Inutile raccontare trama e personaggi, anche forse perchè il bello per me di questo libro è stato appunto il cogliere la bellezza di andare, di viaggiare, di arrivare, di incontrare, si sente l’entusiasmo di partire e paradossalmente la tristezza nell’arrivare, il tutto sta nel mezzo dove accade la vita, gli incontri, gli episodi felici ed infelici, le fortune e le malesorti, gli amori e i guai.

Kerouac descrive o meglio racconta la sua amicizia con un ragazzo di nome Dean, un ragazzo pazzo, sregolato, assolutamente fuori dalle righe, che sembra rappresentare quella generazione che nasce dopo la seconda guerra mondiale, senza punti di riferimenti, assolutamente contro la società borghese americana, e questo malessere si tramuta in viaggi pazzeschi, in autosop, treno, senza soldi, in viaggi lunghi migliaia di chilometri, raccontarsi, in vizi come alcol, droghe, sesso; Kerouac che nel libro si fa chiamare Sal Paradise è conscio della sregoaltezza dell’amico, ma ne è travolto, non ne può fare a meno anche per una sua crescita intellettuale e non solo. Dean non è solo guai è anche voglia di avere una identità che nel corso della vita non riesce a trovare ma che fino alla fine cercherà come del padre scomparso. C’è voglia di libertà, di esprimersi senza regole  ma c’è anche voglia di avere legami umani, questo Dean si sposerà tre volte e tornerà più volte dal suo amico di sempre.

 

“Era proprio vero; la macchina dondolava e anche io e Dean dondolavamo seguendo il ritmo e la “cosa” della nostra gioia estrema e dell’eccitazione di parlare e di vivere la fine assoluta ed estatica di tutti gli innumerevoli particolari disordinati e angelici che si celavano nella nostra anima da una vita.”

 

Marcovaldo – Italo Calvino

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Carissimo Marcovaldo, tu si che sei un cittadino che si interessa dell’ambiente, dei problemi che possano comportare lo sviluppo tecnologico e altro sull’ambiente e  non tutti quelli che oggi si lamentano che gli italiani non sono andati a votare per il referendum, perchè caro Marcovaldo alla maggior parte di noi, cittadini italiani, non frega una mazza e non ne sa nulla di trivelle si trivelle no, leggendo le tue avventure e disavventure, si percepisce, invece, l’amore che hai per la natura e quanto, la natura stessa, sia in conflito con la crescita di una città che si vuole sempre modernizzare ed espandere, occupando qualsiasi spazio.

Ti ho seguito nelle stagioni che inesorabilmente si susseguivano, dal freddo e al caldo e mi hai fatto sorridere, perchè, diciamolo, un pò goffo lo sei( tranquillo io faccio di peggio!), un pò imbranatello lo sei ( io sono uguale!) ma sei tanto sensibile e amorevole con la tua famiglia, i tuoi figli che qualsiasi persona legga le tue storie non può che affezionarsi e tifare per te che non vivi nell’oro, hai un lavoro modesto(anche se non ho capito di cosa ti occupi realmente, ma è realtà o finzione?) ma che ami incondinzionatamente la natura, la tua città e cerchi una soluzione in difesa dell’ambiente che ti sta attorno che poco alla volta cede il passo al “miracolo economico”.

La tua famigliola, le persone che incontri e conosci fate sorridere ma nello stesso tempo lasciate un pò di amarezza perchè con semplicità e chiarezza mettete in risalto delle verità non certo rosee, soprattutto la velocità della città in contrasto con i ritmi lenti e ciclici della natura.

Caro Marcovaldo, ora, ti lascio ma non ti abbandono, ti tengo d’occhio vicino al visconte dimezzato così mi terrete compagnia e mi darete qualche consiglio in questo mondo che non ha tempo un attimo di fermarsi..

 

Il visconte dimezzato – Italo Calvino

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Che personaggio strambo questo visconte, eppure così coinvolgente nelle sue avventure che ci ridi, ci rifletti e stacchi come è successo a me dal lavoro per entrare in un mondo in cui una palla di cannone, in tempi di guerra, non uccide ma anzi divide perfettamente in due un uomo, il Visconte Medardo di Terralba.

Un libro che mi ricorda la scuola, o meglio Italo Calvino mi ricorda tutti quei compiti “noiosi” che seguivano ad una lettura di un racconto di Italo Calvino, invece ora lo leggo per pura curiosità, interesse, passatempo e mi faccio alcune domande che sono probabilmente le stesse di chi legge e di chi narra queste avventure che è un ragazzino che proprio nel finale sente un pò la solitudine di stare in un mondo adulto.

Si respira in modo piacevole la natura e la fantasia che insieme vanno a scontrarsi con la realtà con un finale mezzo lieto nel senso che il visconte dimezzato poi riuscirà a ricongiungersi, a tornare ad essere un visconte intero ma non lo soddisferà in pieno, che in fondo tutti noi soffriamo il fatto di essere incompleti, di non essere soddisfatti di noi stessi, che ci sia una parte di noi che ci fa dannare, ma se poi ci penso in che mondo vivremmo se ci fossero 2 Zilly in carne ed ossa, aiutoooooooooooooooooooo!

Mafia – Antonio Nicaso

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Sono monotono in questo periodo, forse, ma  leggo di questa cosa che dall ‘800 l’Italia o quello che diverrà l’Italia sarà plasmata, sarà influenzata, sarà modificata, sarà sconvolta, sarà soggetta a mille cambiamenti nel bene e nel male, ma che poi questi cambiamenti in modo così paradossale non ci sono, perchè l’Italia come a metà 1800 così nel 2016 è alle prese da questa piaga criminale che è la mafia.

Cos’è la mafia? la camorra? la ndrangheta? sono associazioni criminali organizzate che nascono e crescono nel tessuto sociale attraverso legami invisibili con la politica, imprenditoria, polizia, traffici di armi e di droga. E con la violenza, la corruzione, l’omertà e i tanti scambi di favori si ottiene una piaga che non dà spazio ad una vita fatta di regole e di legalità, si ottiene una specie di stato nello stato in cui quello che dovrebbe essere il vero stato diventa complice ed elemento vitale per far si che la mafia possa crescere, espandersi e non morire mai.

Ogni volta che leggo di questo tema ho un sentimento di paura, rabbia, tristezza, confusione, ma c’è qualcosa che mi spinge a saperne di più attraverso libri o film come quello su Peppino Impastato cento passi, un ragazzo di famiglia mafiosa che stava a 100 passi dal boss della zona e non ha mai esitato a denunciare le malefatte dei suoi parenti, ha pagato con la morte, eravamo nel 1978.

Perchè continuo a leggere libri che parlano di mafia e perchè ci sono tanti libri che ne parlano ( per fortuna!), forse perchè dovrebbe essere un dovere civile conoscere quello che ci sta attorno, forse non ci vuole solo l’impegno e l’onestà di chi difende i nostri diritti ma forse c’è bisogno che più persone sappiano quali sono le meccaniche e le condizioni per le quali queste organizzazioni malavitose nascono e prosperano. C’è bisogno anche di spezzare e criticare tutti i miti e i simboli potenti che la mafia evoca, c’è da gridare che non c’è un cazzo di onore essere un uomo d’onore se ammazzi persone per avere ricchezza, la mafia non aiuta nessun debole, non aiuta chi è in difficoltà, utilizza invece chi è in difficoltà per scopi più alti, si dice che la mafia è un fenomeno di classi dirigenti. Vi lascio con frasi del libro che valgono molto di più delle mie povere e banali parole!

“La mafia che inizialmente era una sorta di milizia privata al servizio di classi dirigenti siciliane, è prosperata nel disinteresse delle autorità… è stata “protetta” per quella sua capacità di mantenere ordine e procurare voti.”

” Quella dei mafiosi è, invece, un’area intermedia tra legale e illegale, che si vede e non si vede, dove non c’è solo il bianco e il nero, ma anche tante sfumature di grigio.”

“Il mafioso cerca il potere e se lo prende, e ne è orgoglioso. Ma gran parte del suo potere glielo danno gli altri.”

“Le mafie non sono degenerazioni patologiche della società, ma fenomeni fortemente integrati, tanto che se non ci fosse la legge antimafia, paradossalmente, rischierebbero di passare inosservati.”

“E’ opportuno demistificare la mafia e le sue leggende, i suoi miti e le sue convinzioni. I mafiosi non sono stati mai a fianco dei poveri contro i ricchi e dei deboli contro i forti. La vecchia mafia,parsimoniosa nell’uso della violenza e riparatrice dei torti, non è mai esistita.”

 

 

 

I mille morti di Palermo – Antonio Calabrò

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E’ solo un caso, e pure fastidioso che mentre finivo di leggere questo libro si parlava nei media e tv, del figlio di Totò Riina da Vespa per il suo cazzo di libro inutile, è un caso ma forse se ci penso bene non potrebbe neanche essere così un caso. Antonio Calabrò scrive come dice lui stesso un libro di cronache vere soprattutto nel periodo dal 1979 al 1986 tracciando in modo chiaro e attento tutte le vicende di mafia che sconvolsero Palermo e la Sicilia, mentre al nord, mentre a Milano, mentre io ero un bimbo fortunato in una famiglia normale, si respirava un mondo in grande ripresa economica e non solo.

Un libro, tra romanzo e cronaca, dove si delinea perfettamente i cambiamenti interni dell’organizzazione mafiosa di cosa nostra, si fa chiarezza sull’ascesa dei corleonesi, sulla vecchia e nuova commissione, sulla ferocia dei corleonesi come riina, provenzano e i loro killers che non solo colpivano a morte con tutti i mezzi possibili i loro nemici concorrenti mafiosi, prima vittima illustre fu Stefano Bontade, capomafia e membro della vecchia commissione di cosa nostra, ma uccidevano tutti coloro che interferivano, ostacolavano e scoprivano i loro segreti e affari che coinvolgevano il mondo politico attraverso vito Ciancimino, sindaco e politico della dc, il mondo imprenditoriale con appalti edilizi ed infine il mondo della droga.

La mafia era dappertutto, aveva talpe, spie nella polizia in parlamento, la mafia in Sicilia era lo stato, e le persone oneste erano il più costrette a subire le loro leggi per non soccombere con la morte. In questa situazione nera assolutamente drammatica, Antonio Calabrò mette in risalto il grande coraggio, sacrificio, la dedizione assoluta, l’intelligenza a non cadere nei depistaggi mafiosi di uomini, magistrati, politici, giornalisti, poliziotti, generali come Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Boris Giuliano, Cassarà, Chinnici, Alberto Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino,Terranova, Gaetano Costa. Attraverso le loro scoperte, indagini si arriverà al famoso maxiprocesso che sancisce la sconfitta totale della mafia con tantissimi ergastoli ai tanti capi mafiosi tra cui Michele Greco, Liggio, Marchese, Riina, Provenzano Brusca e mille altri.

Ora la mafia è silenziosa, forse debole, ha pochi punti di riferimento ( boss latitanti è rimasto come pesce grosso Matteo Messina Denaro), e ha tanti nemici come la coscienza civile che si è formata attraverso i mille morti,  c’è un ambiente sempre meno incline all’omertà e alle estorsioni, tecnologia avanzata che aiuta a scoprire più in fretta i complicati rapporti mafia ed economia e non solo; ma anche se apparentemente Cosa Nostra, la mafia sembra in ribasso, Antonio Calabrò afferma con decisione che non è il momento di abbassare la guardia, anzi è il momento di continuare ad indagare, a scoprire i nuovi possibili intrighi  che possono nascere tra ambienti mafiosi e politici e non solo, perchè come dice Leonardo Sciascia, la mafia è da temere quando non spara.

Lo consiglio a tutti, incuriosisce, ti sgomenta, almeno a me ha fatto anche rabbia leggere di fatti in cui fra l’altro, perdono la vita innocenti uomini donne e bambini, un libro che serve, in generale un libro serve, aiuta a capire e questo è un esempio.

Ho paura torero – Pedro Lemebel

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Leggendo la mia amica melina, ho scoperto questo gioiello magico che apre un portale e torni indietro, non di tanto, nel 1986 e come ha pensato la mia amica virtuale, si domanda cosa facevamo noi nel 1986 mentre di là in quel portale in quel mondo, in Cile, nella Santiago c’era la dittatura, la lotta alla dittatura, la violenza, la voglia di ribaltare le cose, l’amore, e in tutto quel trambusto caotico di sirene, spari, bombe, grida, voci c’era, sempre e comunque tanta vita in tutti i suoi più infiniti e assurdi colori.

Io vi consiglio di leggere questo https://lamelasbacata.wordpress.com/2016/03/14/libri-che-amo-pedro-lemebel/ perchè se volete sapere cosa si respira in questo libro lei lo descrive perfettamente, talmente tanto che mi ha convinto a prendere questo romanzo e leggerlo mi ha confermato la bellezza di questa storia che parte nei sobborghi di Santiago in una piccola (ma secondo me ) affascinante casa all’angolo con la sua proprietaria o proprietario ( ma che importanza ha) di nome fata dell’angolo…

Sì questa fata dell’angolo è una splendida checca, un travestito passionale della vita, molto eccentrico, estroverso che si innamora, perchè ci si può innamorare anche in tempi neri di violenza, di un ragazzo universitario, militante del fronte contro la dittatura di Pinochet, un amore forse impossibile, per mille motivi, ma proprio per questa impossibilità un amore autentico, forte, sincero, da seguire fino alla spiaggia su una tovaglia ricamata dalla fata, sussurrando tre parole: ho paura torero.

Ho paura torero significa tante cose sofferenza, amore, passione, erotismo, rivoluzione, stravaganza e strappa pure dei sorrisi a leggere della prepotenza, delle critiche, del continuo dare ordini della moglie a suo marito Pinochet… insomma un libro scritto con poesia ed ironia che racconta di vita vissuta!