Raccontami dei fiori di gelso – Aline Ohanesian

 

In questi giorni sicuramente tristi in cui ci si chiede cosa sia giusto e cosa no, in cui ci si chiede quanto possa essere beffardo il destino umano e la natura, son stato accompagnato da questo libro che parla, in qualche modo, di destino, di un destino di una minoranza etnica che nei primi anni del ‘900 ha subito un vero e proprio genocidio attraverso deportazioni ed eliminazioni in nome di una vera follia.

Siamo in Turchia, siamo in una parte di terra dove vivono gli armeni, siamo in una terra in cui convivono due etnie, due modi di vivere, due religioni, scoppia la prima guerra mondiale e con essa iniziano le deportazioni degli armeni.

E’ una autentica tragedia narrata però attraverso una storia d’amore che senza cadere nel vittimismo, nel dramma più totale si percepisce il dolore, la sofferenza di chi ha perso tutto senza avere colpe.

E’ una storia che non verrà dimenticata per un testamento che ci porterà a scavare nelle vite dei protagonisti Seda, armena e cristiana e  Kemal, turco e musulmano fino ad arrivare ad  una clamorosa verità che verrà quasi rinnegata, e poi assolutamente compresa e accettata.

Un libro “umano” che non vuole condannare ma assolutamente ricordare e gridare le atrocità commesse fin troppo taciute, ancora oggi  addirittura quasi negate.

Fa ancora più effetto leggerlo con gli eventi appena successi, la vita non fa sconti a nessuno, bella quanto crudele, ahimè.

“anche la notte più infinita porta sempre a un nuovo giorno.”

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Senza parole

 

Per caso ho trovato questo piccolo libriccino (allegato di un corriere della sera anni ’90) nella vecchia casa di mio zio mentre sistemavo la sala un pò sottosopra, per caso ho visto che c’erano dei libri su una vecchia mensola e caso vuole che mi son ritrovato in mano questa raccolta di interviste a Giovanni Falcone, proprio subito dopo aver letto il libro del giudice Giuseppe Ayala.

Quello che mi colpisce in maniera viscerale è la competenza, la professionalità, la determinazione, la passione, la totale conoscenza nei minimi particolari di una struttura organizzativa criminale. Sto parlando, ovviamente di Giovanni Falcone. Si legge nelle sue parole proprio quanto studio, quanta attenzione ha riservato per Cosa Nostra, quanto interesse a debellare un male indistruttibile per molti ma non per lui, perchè come dice lui stesso la mafia è un fenomeno umano che nasce, si sviluppa e muore. Ma per far morire cosa nostra c’è bisogno di quello che lui non ha potuto avere e cioè lo Stato. Nelle sue parole si capisce quante cose aveva scoperto e stava scoprendo grazie ai suoi metodi, alla sua costanza, all’aiuto che ha potuto avere attraverso i pentiti, un magistrato assolutamente diverso dagli altri, perchè lui è siciliano, lui è di Palermo, lui ha vissuto nei quartieri dove sono nati i boss più pericolosi di Cosa Nostra, sa parlare con i mafiosi, i pentiti, sa i significati di espressioni linguistiche usate dai capifamiglie, sa dare per così dire rispetto a questo male che purtroppo sembra che si rigeneri sempre, nel senso che non lo sottovaluta, lo studia, lo analizza fino a comprendere i meccanismi che portano a certe azioni. La storia ci insegna che la Sicilia è un’isola conquistata da stranieri da sempre e il nativo siciliano è costretto a rinchiudersi, a crearsi una sua realtà parallela a quella che vive fino a quando c’è l’unità d’Italia, ma pure con l’unità d’italia, con la fine delle due guerre mondiali la Sicilia è lontana, è guidata non dallo stato ma da uno stato parallelo invisibile, ma non è mai in antitesi anzi quasi in collaborazione con lo Stato stesso e per questo, come aveva intuito Falcone difficile da combattere.

Ma nonostante il valore assoluto ed incontrovertibile di questo uomo, servitore dello Stato è stato sempre ostacolato, è stato sempre messo in dubbio per qualsiasi cosa e giuro leggere queste interviste alla luce di quello che poi è stato e che comunque sta accadendo ancora mi fa rabbia, perdere uomini come lui e mille altri che hanno collaborato con lui è un cazzo di vero dolore.

 

 

 

Chi ha paura muore ogni giorno – Giuseppe Ayala

 

Che dire, bastano anche le foto all’interno del libro per capire quanto sia importante ricordare ed in qualche modo ispirarsi allo spirito di chi è morto per capire e combattare il male invisibile che ancora oggi affligge inesorabile tutta l’Italia intera, in ogni strato sociale, politico, economico, in tutto.

Giuseppe Ayala è stato deputato, senatore, sottosegretario all giustizia(1996-2000) ma è stato soprattutto parte integrante del pool antimafia di Palermo insieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e ha rappresentato l’accusa nel grande maxiprocesso alla mafia.

Ci son state in questo maxi processo 349 udienze, 1820 ore dibattimento, 1314 interrogatori, atti processuali 66.000 fogli, sentenza: 19 ergastoli, 2665 anni di carcere per più di 200 imputati. Una grande vittoria per chi ha sacrificato anni di vita nel studiare e individuare tutti i segreti, gli intrighi della rete malavitosa di Cosa Nostra. Eppure da queste sentenze, da questa vittoria inizia il declino e l’isolamento del pool antimafia di Palermo, che paradossalmente verrà bersagliato di critiche, di disattenzioni da parte dello Stato, di accuse di un paese ancora troppo radicato nei silenzi, nelle losche complicità fino allo scioglimento, fino allo screditare anni di duro lavoro e immensa fatica.

Un libro da leggere e da consigliare a tutti, un libro dove si racconta non solo la rabbia di aver perso uomini fondamentali per lo stato, ma la perdita di amici che non hanno mai abbandonato la loro ironia, la voglia di vivere, le loro passioni ( e non solo di Falcone, Borsellino ma anche di Rocco Chinnici, Ninni Cassarà e altri uomini di polizia e non che hanno combattutto la mafia); sono assolutamente pieni di autentica intensità diversi aneddoti di vita comune in vacanza, nel poco tempo libero e nel lavoro di chi ora può solo ricordarli con tanta rabbia ma con tanto orgoglio.

 

 

 

La meccanica del cuore – Mathias Malzieu

 

Siamo nel giorno più freddo di sempre in Edimburgo dove nasce il protagonista della storia, Jack che ha un cuore gelato e l’unico rimedio è di collegarlo al battito di un orologio a cucù. Una favola di fantasia, d’amore, di amicizia, di diversità, di gelosia, di formazione che fa sorridere, commuovere e riflettere.

Attraverso la favola si mette in mostra le conseguenze di una passione amorosa che può essere travolgente ma anche crudele, si mette in mostra la complessità della diversità che può essere vista come una paura ma anche come qualcosa di speciale. La favola crea proprio un modo per confrontarsi con la realtà,  fantasia e realtà si mescolano e creano una storia che la si legge tutta d’un fiato.

Quante volte a scuola siamo stati presi in giro per un nostro difetto fisico e non solo fisico e le reazioni possono essere le più diverse, sicuramente ti segnano non solo negativamente perchè cresce dentro di noi una sensibilità per quello che si vive intorno in modo più intenso e si vedono le cose in un’altra ottica più profonda.

“Uno, non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti, mai e poi mai. Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.”

“Questa notte balzerò sulla luna, mi sistemerò nella falce come se fosse un’amaca e non avrò alcun bisogno di dormire per sognare.”

 

La libreria delle storie sospese – Cristina Di Canio

 

Succede anche girando su vari blog, su internet di conoscere libri e casualmente mi sono imbattuto in questa copertina che non è solo una copertina perchè dietro c’è una vera e propria libreria in “carne ed ossa” in una via di Porta Romana a Milano, perchè dietro c’è una ragazza libraia che ha deciso di raccontarsi, di far conoscere la sua scatola lilla attraverso una voce narrante deliziosa, amabile, Adele una signora per la quale non si può non provare dell’affetto per tutto ciò che ha visto e vissuto, proprio lì a Milano, proprio lì in Porta romana, proprio lì in quella via dove ora splende una piccola e grande scatola piena di libri e vite sempre sospese come quelle nuvole che vedi in un cielo d’azzurro di agosto.

Non è un semplice diario, una semplice raccolta di fatti accaduti nella libreria, è una storia tra passato e presente di una Milano che si trasforma con gli anni, Adele ci fa vivere i suoi anni, i sacrifici della sua famiglia, di suo marito ma con grande tenerezza ci illustra senza tanto dare nell’occhio le avventure amorose e non solo di Nina, la libraia che riuscirà col tempo a conquistare una bella fetta di lettori milanesi, attraverso anche stuzzichevoli iniziative come il libro sospeso, nel quale il cliente compra e regala un libro a cui è legato per motivi personali al cliente successivo che verrà.

Mi è piaciuto anche perchè c’è tanta musica dentro questo libro, dentro questa libreria, e sarà che il connubio musica e libro mi ha sempre affascinato ed all’inizio di ogni capitolo troveremo delle frasi di canzoni italiane, oltre al fatto che il marito di Adele fosse un appassionato strimpellatore di chitarra, e come quel ragazzotto che alla fine piace tanto a Nina..

Infine leggendo le parole di Adele, le sue emozioni, paure e dubbi mi sono venute in mente le mie due nonne, una super milanese forse più distaccata e l’altra romana con un’adolescenza passata in  Somalia, la quale è stata un’ancora di salvezza vitale per me per affrontare al meglio la perdita di una persona fondamentale ed essenziale!

“Quello che mi spaventa davvero era l’entusiasmo negli occhi di mio marito, il sorriso che aveva mentre scopriva tutta quella novità, la frenesia che gli prese sentendo la musica di un complessino che usciva da un locale all’angolo della piazza vicina. La sua eccitazione era la causa del mio sgomento, perchè non potevo fare a meno di chiedermi se sarei stata all’altezza dei desideri tanto grandi dell’uomo che amavo.”

Evviva le librerie

 

Agosto, una strada con poche macchine di una Milano deserta

Un ragazzo con le cuffie  cammina in mezzo ai negozi chiusi

non tutti chiusi, c’è una luce di libri che resiste a questa estate in piena attività

è una libreria piccola, color lilla, con tanti libri tutti incastrati con un loro ordine

copertine, storie, parole, vite riempono un piccolo spazio che diventa magicamente infinito

la padrona di questo piccolo mondo sorride e sogna(e fa bene), anche per lei sono arrivate le vacanze ma non per i libri che custodiranno questo piccolo mondo fino alla sua riapertura!

Evviva le librerie, quelle dove ci si sente per un attimo a casa

 

Harry Potter e il calice di fuoco

 

Decisamente, per i miei gusti, il migliore dei quattro letti, si inizia con un sogno e si finisce con la scoperta che quel sogno era tutto vero. Altro scontro con Voldemort, il grande mago oscuro che rinasce tra inganni, magie e pozioni, ma al nostro maghettino non manca coraggio, abilità, fortuna ed in qualche modo supera cose molto più grandi di lui.

C’è questo calice di fuoco che sceglie i maghi per sfidarsi ad un super torneo tra maghi di diverse scuole e misteriosamente c’è anche il nome di Harry Potter che non potrebbe partecipare perchè ancora troppo giovane e sopratutto perchè Harry Potter stesso non ha mai chiesto di partecipare al torneo…

I misteri aumentano ed aumenta la suspance di capire chi ci sia dietro a tutto questo, si intuisce come in ogni libro quanta storia ci sia dietro, quanto ogni personaggio anche quello più “sfigato” incida nell’evolversi degli eventi.

Si parla di amicizia tra harry, Ron e Hermione, di un’amicizia sana, vera in cui si discute, dove si è anche a volte invidiosi, ma poi il bene per l’altra persona ha sempre il sopravvento, comunicano tantissimo, non hanno segreti e cercano sempre di aiutarsi, iniziano i ragazzi che li abbiamo conosciuti ad 11 anni ad avvicinarsi al campo minato, insidioso dell’amore, iniziano le prime scaramucce, gelosie, insomma Harry e i suoi fidati amici iniziano a crescere e io, zilly, ora, mi sento un loro zio! Son proprio rovinato, lo so!

“Come aveva detto Hagrid, quel che sarà sarà… e quando fosse stato il momento, l’avrebbe affrontato.”

 

 

 

Avevo solo 6 anni

 

Avevo solo 6 anni, non capisco un cazzo ora, figurati quell’inizio di agosto del 1980, non so neanche dov’ero, se ero al mare o sotto il sole e cemento di Milano, poi quando si è bambini può cadere il mondo ma si deve per forza giocare, sennò è una perdita di tempo colossale, eppure un ricordo ce l’ho, certo è molto offuscato, annebbiato, ma la sensazione di qualcosa di forte accaduta l’ho avvertita, quel parlare in tono “strano” dei miei genitori, quelle telefonate agli zii e cugine di Bologna, quel continuo sentire vedere notizie alla tv; incertezza, sgomento e impotenza. Fascismo, terrorismo, comunismo, cazzo ne so, sono morte persone in una stazione, eppure quel bambino ignaro che ero allora è lo stesso di oggi perchè non si sa niente, non si sa chi siano i colpevoli,un cazzo di vuoto, si fanno le solite ipotesi di sempre, ma niente, sappiamo solo che abbiamo avuto un culo grande non essere lì proprio a bologna proprio in quella stazione, proprio il 2 agosto 1980. La canzone con cui vi lascio, è un quadro che rappresenta le sensazioni che ho avuto pure io.